Io ci ho provato. Davvero: ci ho provato a scrivere un articolo su quello che è avvenuto qualche giorno fa, ma non ce l’ho fatta. E non perché mi mancassero le parole, ma più scrivevo e più mi rendevo conto che queste non sarebbero state sufficienti per descrivere in maniera appropriata il pomeriggio che genitori e figli hanno passato insieme.

Poi sono arrivate le fotografie. E lì ho capito che più che le parole valgono le immagini. Il Lettore mi perdonerà, dunque, se racconto questa storia più con le didascalie che con le frasi.

Questo il colpo d’occhio dei genitori che hanno partecipato. Sì, perché l’invito a questo pomeriggio non era rivolto semplicemente ai ragazzi del catechismo, ma anche (e soprattutto, mi verrebbe da dire) ai loro papà e mamme. Cosa ci fanno lì una sessantina di adulti? Guardano un film. Meglio, questo cortometraggio: Il Circo della Farfalla .

Protagonisti del video sono Mendez, interpretato da Eduardo Verástegui, direttore del Circo della Farfalla, e Willy, interpretato da Nick Vujicic, fenomeno da baraccone (“l’uomo tronco”). Ma inevitabilmente protagonisti sono anche gli altri “fenomeni” del Circo di Mendez: il contorsionista Otto, la regina dell’aria Anna, l’uomo forzuto George e l’ultra ottuagenario trapezista Poppy.

Con questi quattro personaggi si incontrano, pochi metri sotto i piedi dei loro genitori, i ragazzi del catechismo nei saloni dell’oratorio:

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George, Otto, Anna e Poppy non solo fanno bella mostra di sé, ma le loro caratteristiche e attitudini ispirano i quattro giochi che nel pomeriggio i ragazzi hanno fatto. Qui alcune immagini:

Una piccola particolarità di questi giochi: accanto alle normali “regole”, i giudici sono stati ampiamente istruiti a… giocare sporco. Di tanto in tanto e senza nessuna apparente ragione gli animatori aggiungono o tolgono centinaia, migliaia di punti ad una squadra piuttosto che ad un’altra. Perché? Per rispondere, torniamo per un attimo sopra le teste, di nuovo con i genitori.

Il corto del Circo della Farfalla mette a fuoco un problema, anzi, il problema educativo. Willy è nato in un certo modo, senza gambe e senza braccia (tra parentesi: l’attore è veramente senza gambe né braccia, non è frutto di un qualche “effetto speciale”. Per chi volesse conoscerlo meglio qui c’è un’intervista in cui si racconta: Intervista a Nick Vujicic). L’unico modo che trova per mettere a frutto questa sua situazione è “lasciarsi usare” dal direttore di un circo come ultima attrazione di una serie di fenomeni da baraccone, dopo la donna barbuta, le gemelle siamesi, la donna cannone, l’uomo tatuato… Quante analogie con la nostra situazione reale, dove le circostanze nelle quali siamo messi ci fanno sempre problema: pochi soldi, poco lavoro, figli più o meno scapestrati, la salute così e così, fino ad arrivare a politica e gestione della Cosa Pubblica. Anche noi, in qualche modo, pensiamo che l’unico modo di tirare a campare (il verbo “vivere”, oggettivamente, indica altro) sia “lasciarsi usare”, ovviamente sognando una vita migliore come ha fatto Willy.

Ma ad un certo punto, in maniera totalmente inaspettata e imprevedibile (etimologicamente: che veramente non posso nemmeno pensare di prevedere) arriva qualcuno in questa melma, ti guarda dritto negli occhi e ti dice “Sei magnifico!”. Così fa Mendez con Willy. Una frase altamente ambigua, tanto che Willy risponde sputando in faccia a Mendez, ma che segna nel profondo chi la ascolta: “ma che cosa avrà visto di magnifico in queste circostanze?”, “ma sta scherzando? non vede che sono senza gambe e braccia (senza lavoro, senza soldi, senza salute, senza…)?”. Quando Willy scopre che chi gli ha sparato quel “sei magnifico” è  il famoso e acclamato direttore del Circo della Farfalla, si rende conto che l’ipotesi “questo è tutto matto/questo mi sta prendendo in giro” non regge. Come dire: se lui che se ne intende ha visto questo, allora probabilmente ha ragione, più ragione di me che rimango ancora qui a farmi sfruttare. E qui si scopre la totale analogia tra Mendez ed il genitore. Diceva il prof. Nembrini che il momento in cui assomigliamo maggiormente a Dio è quando mettiamo al mondo un figlio: lì, anche solo per poche ore (perché basta la prima notte insonne a cancellare tutto) si capisce cosa voglia dire amare un altro esattamente per quello che è, per il semplice fatto che ci sia. Nessuno, infatti, ci assicura che questo figlio sarà bravo o cattivo, intelligente o stupido, se salirà agli onori degli altari o farà concorrenza al peggiore dei dannati. Gli vuoi bene così com’è, per il semplice fatto che ci sia. E questo, concludeva Nembrini, è uno dei volti della misericordia, del perdono, amare qualcuno senza se e senza ma, volere il suo bene nonostante probabilmente non si meriti nemmeno lo 0,1% dei tuoi sforzi. Che è, appunto, il modo di Dio.

Ma nonostante l’incontro con Mendez, Willy fa fatica a vivere questa nuova prospettiva. Il fatto, cioè, che si possa far parte di un circo senza lasciarsi usare, senza permettere che altri vivano la tua vita al posto tuo (era il direttore di Willy che stabiliva quando e dove si sarebbe esibito, non lui). È certamente più comodo eseguire degli ordini che prendersi la responsabilità della propria vita, anche perché nel primo caso hai sempre qualcuno con cui prendertela se le cose vanno male, nel secondo puoi solo guardarti in faccia. Willy sta ancora aspettando che Mendez viva la sua vita, lo sostituisca nelle scelte. Ma Mendez non ci sta: vuole un uomo libero e non uno schiavo. La cosa diventa particolarmente evidente quando la compagnia del circo si ferma in riva ad un laghetto. Tutti si bagnano, prendono il sole, giocano. Tutti, tranne Willy. Fermo vicino ad un tronco urla che qualcuno lo aiuti, che lo porti là dove sono tutti gli altri. Ma nessuno sembra sentirlo. Anche Mendez, che passa di lì, sembra non curarsene. Willy glielo fa notare e si sente rispondere: “Per me ce la fai da solo”. Ma quanto bene e che fiducia deve avere Mendez in Willy per dirgli una cosa simile? Allontanatosi Mendez, Willy ci prova ad attraversare il tronco per raggiungere gli altri. Ce la fa a muoversi per i primi metri e urla di gioia, per una libertà vera, non di quelle “imprestate”. Ma, ancora, accade l’imprevisto: Willy cade in acqua, un’acqua che per lui che è senza braccia e senza gambe è comunque profonda e pericolosissima. E qui Willy fa la scoperta definitiva: le circostanze, per quanto paurose o rischiose, sono il luogo in cui ci si scopre. Sì, è vero: i suoi nuovi amici si sono subito accorti che Willy era in acqua e corrono in suo aiuto. Ma lui ce la fa, scopre che è in grado di nuotare. Cioè, fuori dalla finzione del cortometraggio, scopre un qualcosa che mai avrebbe sospettato di essere. Scopre, cioè, che dentro di sé c’è davvero qualcosa di magnifico: Mendez aveva ragione. Il bruco è diventato farfalla, grazie ad un ambiente come quello del Circo.

E i genitori su questo si sono riuniti a gruppi, cercando di mettere a fuoco il loro essere Mendez.

Ecco perché, alla fine della giornata, i genitori ed i figli si sono riuniti nell’ultimo gioco. Un animatore accompagnava un ragazzo davanti ai disegni dei personaggi del circo, chiedendogli in quale si identificasse. Unica regola: guardare sempre davanti a sé.

Quindi il ragazzo veniva fatto sedere davanti ad una “parete” di stagnola e l’animatore si “staccava” da lui, chiedendo ai suoi genitori, che fino a quel momento erano rimasti nascosti, di avvicinarsi e sostituirlo nel tenergli una mano sulle spalle. Alla domanda “cosa vedi?” nessuno, ma proprio nessuno, sapeva rispondere: solo ipotesi generiche (“qualcuno”, “un altro animatore”) o banalmente “non lo so”.

Il genitore (o i genitori) accompagnavano, quindi, il loro figlio davanti ad una tenda chiusa, sempre tenendo una mano sulle sue spalle e guidato dalla voce dell’animatore. A questo punto lo specchio veniva scoperto. Lascio alle immagini il compito di raccontare il finale:

Mi viene in mente una piccola considerazione, riguardando per l’ennesima volta queste immagini. Cosa c’è di più consueto, conosciuto, quotidiano, scontato della faccia dei genitori? Eppure (e le foto sono lì a mostrarlo), quando questa appare improvvisamente, inaspettata non può far altro che suscitare gioia. La gioia di un incontro che, per la prima volta, non è scontato, ma atteso. E questo, ritornando al tema del Circo della Farfalla, è un po’ il nocciolo dell’educazione: mostrare che anche il quotidiano sa stupire. O, come dice Mendez: “Signore e signori, ragazze e ragazzi, tutto ciò che serve in questo mondo è un po’ di stupore”.

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P.S.: sarei curioso di sapere quanti genitori hanno “dovuto” spiegare la frase scritta sullo specchio ai loro figli… fatemelo sapere nei commenti qui sotto!