Un bravo giornalista avrebbe certamente altri incipit per i propri articoli e chiunque troverebbe mille altri modi per definire un’esperienza. Ma io proprio non ci riesco, e ogni volta ci ricasco: l’unico termine che mi viene in mente ripensando a domenica scorsa, 26 marzo, è: “straordinario”.

E così mi ritrovo a lottare contro quella specie di “vergogna” che ti prende quando vuoi raccontare qualcosa di veramente bello che è accaduto, ma ti trovi come senza parole. Perché è vero: le esperienze, più che raccontate, vanno vissute. Quello che segue, dunque, vorrebbe essere una specie di “promemoria” per chi c’era ed un invito sottovoce a chi non c’era per essere presente alla prossima occasione.

Ma cominciamo dall’inizio della giornata. Più o meno centotrenta persone, genitori e bambini/ragazzi del catechismo si sono ritrovati per condividere il più semplice e più significativo gesto umano, mangiare insieme. Non è necessario scomodare la Rivelazione per ricordare come la tavola, il condividere il cibo, lo spazio ed il proprio tempo con gli altri sia fondamentale: Dio Padre prima e Suo Figlio poi hanno “usato” i banchetti, i pranzi, le cene per indicare il rapporto specialissimo al quale l’uomo era chiamato a vivere. Qui, veramente, le immagini del pranzo parlano da sole.

Ma il pranzo è stato soltanto l’inizio, sia di una bella abitudine che, a Dio piacendo, verrà ripresa al più presto, sia di un pomeriggio insieme con genitori e bambini/ragazzi del catechismo. Il tema, per la seconda volta, era Pinocchio. O meglio, la rilettura che della fiaba danno il Cardinal Biffi ed il professor Nembrini. Il nocciolo della questione è questo: Pinocchio è un burattino, cioè non è né un uomo né un animale, e si trova, pagina dopo pagina davanti alla scelta se fare la fatica di diventare quel bambino che vorrebbe oppure non fare fatica e vivere come un animale. Già da questo si capisce come, almeno nel mio caso, la storia di Pinocchio racconti un po’ la mia vita: pieno di ideali, anche alti, rischio di fermarmi al primo affanno, alla prima fatica per decidere di prendere la via più facile, meno impegnativa, ma che allontana passo dopo passo dal compimento di quell’ideale pur voluto.

Pinocchio, questa volta, è alle prese con il Male, quello serio, quello che fa ferite e morti vere, rappresentato nella fiaba dal burattinaio Mangiafoco e dal Gatto e dalla Volpe. Quel male che, presentandosi sotto le spoglie apparentemente comiche di un Gatto cieco e di una Volpe zoppa, inizia a far presa sfruttando la compassione, il riso, la simpatia. Quel male che, una volta individuata la preda (gli zecchini d’oro che Mangiafoco ha regalato a Pinocchio), non molla, capacissimo com’è di travestirsi da assassino e di inseguire la propria vittima per un’intero giorno fino a braccarla. Per chi ha qualche capello bianco, questa esperienza è già, forse, parte della propria vita; per i nostri figli probabilmente no. Ma non si può iniziare un vero cammino di conversione, di crescita umana e spirituale, senza stare almeno per un po’ davanti a questo misero (e uso qui i termini della tradizione cattolica: mysterium iniquitatis, il mistero del male, dell’ingiustizia).

Pinocchio deve vivere fino in fondo l’incontro con questo Male, tanto da rimanere vittima, impiccato al ramo della Quercia grande, dei suoi assassini. Ma deve vivere questo mistero perché gli sia possibile incontrare il bene, il suo babbo Geppetto, conscio del fatto che lui da solo non ce la potrebbe fare. Per questo Collodi mette in scena la Fata Turchina, una figura che decisamente richiama alla Chiesa in quanto è aiuto a Pinocchio per ricongiungersi con Geppetto.

Sarebbe troppo ingenuo, però, pensare che sia sufficiente avere conosciuto (e magari frequentato) la Fatina per non sbagliare più, per trovare immediatamente e senza problemi il proprio babbo: Pinocchio, nel lungo tentativo di ricongiungersi a lui, sbaglierà ancora mille volte, imboccherà spessissimo la via meno faticosa che lo porterà a trasformarsi in cane da guardia o somaro nel Paese dei Balocchi. Eppure ci sarà qualcosa di diverso, la presenza costante della Fata che, proprio alla fine, prometterà a Pinocchio di farlo diventare bambino, di compiere quel desiderio ideale che ha. Qui, però, mi devo fermare perché il resto della storia sarà letta e vissuta insieme nel prossimo pomeriggio insieme (a meno di cambi improvvisi, sarà il 21 maggio prossimo).

I bambini ed i ragazzi, dal canto loro, hanno visto nel gioco queste dinamiche, accompagnati e guidati dagli animatori degli Spiriti del Sole: i giochi hanno voluto sottolineare quello che tra genitori abbiamo detto a parole, ma con un linguaggio, quello ludico, appunto, più vicino alla loro esperienza.

Ancora una volta, e ben volentieri, lascio la parola alle immagini, attendendo nei commenti i vostri pensieri.

LMM