Riportiamo qui di seguito il testo integrale delll’Omelia pronunciata da S.E.R. il Card. Versaldi in occasione della Festa di S. Massimo di oggi, 27 gennaio 2019.

Le letture che la Chiesa ci propone in questa domenica in cui la Città di Valenza celebra la festa del suo Patrono, San Massimo, ci ricordano una verità fondamentale per la nostra fede cristiana: se siamo cristiani lo dobbiamo al fatto che il dono della fede ci è stato trasmesso attraverso tutta la storia passata giunta a noi attraverso la Sacra Scrittura.

Nella prima lettura dal libro del profeta Neemia, ci è narrata la grande commozione del popolo che, dopo il lungo esilio, si raduna in Gerusalemme, dove viene letto il Libro Sacro ritrovato che contiene l’interpretazione della storia di Israele. Il popolo riconosce la voce di Dio e piange i propri peccati per ritornare alla antica alleanza con il suo Signore che lo guida sulla via della salvezza.

Luca, nel Vangelo, ci presenta l’inizio della predicazione di Gesù a Nazareth, nella cui Sinagoga viene letto il Libro sacro le cui profezie Gesù afferma che oggi sono compiute con la Sua venuta: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

In entrambi i testi il ruolo centrale è il Libro sacro che contiene la storia della nostra salvezza. Come Luca nell’introduzione ci avverte, è necessario che la nostra fede sia fondata sulla fedele trasmissione di tutto quello che Dio ha operato per la nostra salvezza. L’Evangelista Luca ha indagato circa la vita di Gesù e ha confrontato i testimoni oculari, così da poter scrivere un resoconto ordinato “in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”.

Dunque, se è vero che noi crediamo con un atto di fede in cose che non abbiamo veduto, è ancor più vero che ciò facciamo non perché andiamo dietro a favole o ad immaginazioni, ma perché la nostra fede è fondata nella storia che ci è stata tramandata da coloro che hanno visto e creduto prima di noi. In una cultura che ama affidarsi alle emozioni del momento presente e alle opinioni soggettive, è importante conservare questa radice storica della nostra fede cristiana.

Ed è per questo motivo che la Chiesa continuamente ci rimanda al nostro passato, perché possiamo vivere l’oggi in una continuità di significati che danno senso anche alle circostanze presenti. Una fede soggettiva e disincarnata dalla storia che dimentica il fondamento del suo stesso esistere può apparire più affascinante, ma porta ad allontanarci dalla fonte della nostra salvezza, che è il Cristo incarnato nella storia umana.

D’altra parte, la nostra fede non vive solo del passato, ma va continuamente attualizzata nella storia: come ha detto Gesù nella Sinagoga di Nazareth, la Parola di Dio si attua sempre nell’oggi. Siamo, cioè, chiamati a raccogliere l’eredità passata come germe che dà frutti nella storia attuale del mondo, senza rimpiangere le circostanze passate, ma raccogliendo le sfide di oggi come una grazia per proclamare la verità del Vangelo,

Per tutte queste ragioni si capisce la saggezza della Chiesa nel fare memoria del passato, a partire dall’evento fondante della redenzione, ma anche nel ricordare coloro che l’accolsero e lo tramandarono con una testimonianza di vita esemplare. I Santi che la Chiesa ha innalzato come modelli della sequela di Cristo sono questi riflessi di luce che viene da Cristo e che rendono più vicino a noi il messaggio evangelico.

San Massimo, figlio nativo di questa terra, è tra questi testimoni che, nel proprio tempo, brillarono come esempi di una fede incarnata nel mondo in cui vivevano sapendo rendere credibile la fede mediante la testimonianza della carità. Pur non avendo molte notizie dettagliate della vita di questo Vescovo, è più che sufficiente per ammirarlo e venerarlo la tradizione che gli avi di questa terra valenza hanno riservato al suo culto e che lodevolmente ancor oggi si conserva con particolare solennità.

Erano certamente tempi difficili quelli in cui il Santo è vissuto, tempi, per usare le parole che Papa Francesco usa per i nostri giorni, di cambiamento d’epoca e non solo di epoca di cambiamento: il declinare dell’Impero Romano in Occidente e l’inizio dell’arrivo di nuovi popoli con la loro carica rivoluzionaria, ma anche la sfida per la Chiesa ad una nuova evangelizzazione. Sappiamo come, nonostante i travagli e i pericoli, la Chiesa seppe farsi interprete di una mediazione tra il mondo che finiva ed il novo che arrivava ben consapevole che la fede cristiana non appartiene a nessun popolo o cultura, mai donata a tutti come strumento di conversione e di salvezza.

Dovette ben adoperarsi in quest’opera di mediazione tra il popolo il Vescovo Massimo se la città di Valenza, una volta consolidata, lo elesse come Patrono e dedicò al Santo un culto publico che andò sempre più arricchendosi, coinvolgendo non solo le Autorità civili, ma anche le diverse categorie sociali che gareggiarono nel tributargli gli onori, come rimane evidente nella suggestiva cerimonia dei ceri che ancora è ben viva.

La lodevole continuità di questo culto ci richiama al compito che i cristiani sono chiamati a svolgere anche oggi, nelle mutate circostanze storiche in cui viviamo. Non è sufficiente infatti, come si è detto, ricordare e dare continuità al passato, ma è necessario rendere credibile nell’oggi la fede che professiamo. Per questo, come ci ricorda Papa Francesco, ogni comunità cristiana è chiamata oggi ad una conversione missionaria della propria fede. Questi ceri adornati che diffondono la luce che è Cristo oggi, potrebbero perdere il loro significato se la vita di questa Comunità cristiana non dovesse risplendere della stessa luce.

È il richiamo forte che Papa Francesco ha rivolto a tutta la Chiesa, perché sappia rispondere alle sfide del nostro tempo superando la paura e la chiusura in se stessa. L’indicazione del Papa è precisa: conviene essere realisti e non dare per scontato che i nostri interlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che diciamo o che possano collegare il nostro discorso con il nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva. Secondo Papa Francesco, nel mondo di oggi, con la felicità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari. Da qui la necessità per le Comunità cristiana di andare al cuore del Vangelo, che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto.

Questa è l’elemento essenziale e fondante di tutte le verità della nostra religione: di fronte all’umanità che si è allontanata da Dio, Gesù è venuto ad annunciare ed a realizzare la misericordia del Padre che ci dona gratuitamente il perdono dei nostri peccati perché ci vuole bene e non vuole la morte, ma la vita del peccatore. Solo se gli uomini del nostro tempo sono raggiunti da questa buona notizia, che dio li ama indipendentemente dalla loro condizione di peccatori, allora il Vangelo potrà ancora risuonare come la Parola di Speranza in un mondo che la va perdendo, essendosi allontanato da Dio.

Ciò non significa, ovviamente, che si voglia dimenticare la gravità del peccato come rifiuto della volontà di Dio. Ma, al contrario, proprio perché l’uomo è schiavo del peccato, Dio vuole liberarlo offrendogli il perdono conquistato da Cristo con la Sua Passione, Morte e Resurrezione. Proprio come faceva Gesù nei Vangeli, il quale condannava severamente il peccato, ma quando incontrava i peccatori si dimostrava misericordioso perché, come diceva ai Dottori della Legge scandalizzati della sua bontà, non era venuto per curare i sani, ma gli ammalati.

Per questo la conversione missionaria significa che la Chiesa, ed ogni comunità cristiana, deve essere una Chiesa in uscita, cioè una Chiesa che non aspetta che la gente risponda ai suoi appelli, ma vada incontro agli uomini del nostro tempo con il cuore di una madre attenta soprattutto ai figli più deboli. ed il Papa suggerisce alcuni atteggiamenti che caratterizzano questa Chiesa in uscita.

Innanzitutto, invita i Cristiani a non lasciarsi rubare la gioia dell’evangelizzazione, quasi che la Parola di Salvezza abbia oggi perso la sua potenza di attrazione. Se torniamo all’essenziale del Vangeli, anche gli uomini del nostro tempo non potranno resistere all’amore misericordioso di Dio. Il Papa invita ad abbandonare il pessimismo sterile derivante dalla constatazione del tanto male che c’è nel mondo, quasi che il destino dell’umanità sia la sua perdizione. I mali del nostro mondo sono come sfide per crescere nel nostro impegno fondato sulla convinzione che non siamo noi i protagonisti del Regno, ma lo Spirito Santo che agisce con la potenza dell’amore divino.

Una seconda caratteristica di una comunità missionaria, oltre alla gioia, deve essere quella dell’amore fraterno che spinge a creare relazioni e dialogo con tutti, superando le divisioni che esistono nel mondo così da costruire comunità di fratelli che si vogliono bene, dando una testimonianza che rende credibile il Vangelo. Proprio come facevano i primi Cristiani che hanno conquistato il mondo pagano proprio perché davano questa testimonianza di carità fraterna, anche in mezzo alle persecuzioni. Nel mondo di oggi, lacerato da divisioni ed esclusioni, la Chiesa sarà tanto più credibile se saprà manifestare la sua fede nelle opere di Carità.

Ma per essere Chiesa in uscita necessaria una crescita della nostra fede nutrita dalla partecipazione fedele e costante alla vita sacramentale. Il Papa mette in guardia contro il pericolo di una Chiesa che fa affidamento sulle proprie forze e sulla propria organizzazione. La buona volontà è necessaria, ma non sufficiente perché senza la Grazia di Dio l’uomo lavora invano. ecco, allora, la necessità che i credenti non si accontentino della iniziazione cristiana vivendo di rendita del Catechismo imparato da ragazzi. Bisogna attingere continuamente alla fonte della nostra fede che è la Parola di Dio e ai sacramenti che sono i canali attraverso cui passa la potenza di Dio che a noi si comunica. Fonte e culmine di tutta questa vita di fede è l’Eucaristia, che costruisce la Comunità cristiana e da cui parte la sua spinta missionaria.

Come è evidente, sono riflessioni che nello stesso tempo ci collegano in continuità con il nostro glorioso passato, ma che ci devono incarnare nel diverso contesto dei nostri giorni. Celebrando la festa di San Massimo, Patrono della Città, sentiamo forte il richiamo a tornare alle sorgenti della nostra Fede, ma anche il dovere di tradurla in modi comprensibili ai nostri contemporanei. In questo senso, anche la tradizione dei ceri, in cui la Comunità religiosa e civile si trovano comprotagoniste di una comune devozione al Santo, già essere reinterpretata non come residuo di un passato superato dai tempi presenti, ma come un invito a ritrovare, pur nella diversità ed autonomia delle istruzioni, un comune fine che non può essere che il bene integrale di tutte le persone.

Affidiamo, dunque, le nostre intenzioni alla intercessione di San Massimo, perché come ai suoi tempi fu capace di mediare i cambiamenti e le reazioni tra i popoli, così ispiri la Chiesa ed anche gli uomini che governano la Società civile a trovare lo spirito di solidarietà necessario per eliminare le ingiustizie che provocano i conflitti e le violenze nel nostro mondo.

Amen!