Ti rendiamo grazie, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. Tu, quattrocento anni orsono, hai dato la gioia di costruirti fra le nostre case  una dimora, che la Chiesa volle riconoscere come Duomo della città di Valenza, dove continui a colmare di favori  la tua famiglia pellegrina sulla terra e ci offri il segno e lo strumento  della nostra unione con te. Ancora oggi, in questo luogo santo, tu ci edifichi come tempio vivo,  ci raduni e ci fai crescere come corpo del Signore: concedici di raggiungere la pienezza nella visione di pace della città celeste, la santa Gerusalemme.

Orazione finale del Solenne Pontificale

Nell’apprestarmi a recitare la Compieta il mio cuore è pieno di gratitudine e ancora commosso. Grazie al Signore per avermi mandato in mezzo a voi attraverso la volontà del Vescovo. Grazie alle mie due comunità parrocchiali che danno senso al mio ministero e che mi aiutano a crescere anche confrontandosi con me e le mie spigolosità. Grazie per queste belle giornate trascorse della preghiera nella gioia di essere un unico popolo di Dio. Grazie allo sguardo pieno di vita e di voglia di vivere dei nostri giovani che attraverso Don Santiago stanno imparando a conoscere la bellezza dell’incontro con il Signore. Grazie alle parole di incoraggiamento delle persone più anziane che si commuovono nel Duomo quando rivivono momenti della loro giovinezza nella solennità e nella bellezza dei canti. Grazie alla presenza umile e operosa dei miei collaboratori che ogni giorno condividono con me progetti e speranze. Grazie ai genitori e ai catechisti, ai collaboratori della liturgia che cercano ogni domenica di crescere e di fondersi in un unico essere Chiesa. E grazie anche a chi non c’è o non c’è più perché mi ricordano ancora una volta che “San” Massimo non sono io: anche questa sera nella preghiera mi consegnerò alla misericordia e all’amore di Dio. Grazie, grazie, grazie.

Don Massimo sui gruppi parrocchiali di Whatsapp

Basterebbero, forse, queste due testimonianze, estremamente distanti per provenienza l’una dall’altra, per racchiudere e descrivere la mattinata di ieri, domenica 27 gennaio 2019.

La prima, nel linguaggio solenne e ponderato della Liturgia, mette ai piedi di Dio onnipotente la gratitudine di un intero popolo che, da quattro secoli a questa parte, ha una Casa in cui potersi incontrare ed essere unito al Padre. La seconda, nel linguaggio immediato ed emotivamente carico dei social media, mette nel cuore delle Comunità la gratitudine di un pastore che, da qualche anno, si è messo a servizio della Chiesa che è in Valenza. Due squarci di prospettiva, l’uno che abbraccia le decine di migliaia di valenzani che hanno pregato e celebrato momenti gioiosi e dolorosi nel corso di questi quattrocento anni, l’altro che consegna questa storia ai valenzani di oggi, richiamandoli alla loro responsabilità nell’essere fedeli testimoni e continuatori di una storia che non è loro.

E questa responsabilità, ci ha ricordato il Cardinal Versaldi nella sua Omelia, non è soltanto del “popolo cristiano”. Certo, noi siamo chiamati ad essere lievito e sale, ma se non vogliamo tradire la nostra natura, dobbiamo “correre il rischio” di mischiarci con la farina e lasciare a Dio il compito di portare a compimento le opere che, anche attraverso di noi, inizia. Mi pare sia questo il senso profondo dei ceri che, per antica tradizione (come ci ha ricordato Don Massimo nella sua breve monizione iniziale), vengono offerti al Santo Patrono: non soltanto il mondo ecclesiale (o ecclesiastico), giustamente rappresentato, ma anche il mondo laico, in tutte le sue componenti, è chiamato a costruire e proteggere il bene comune della nostra popolazione.

Certamente non ci può essere vero bene prescindendo da una dimensione trascendente, che richiami ogni consociato, ogni valenzano, ad un respiro più alto di ogni sua attività. Per questo la Città si raccoglie davanti al Signore e non soltanto nei luoghi deputati al governo politico ed economico della società, per riconoscere, ciascuno per il pezzo di responsabilità che gli è stata affidata, che c’è una dimensione ulteriore, un fine ed un Destino più grande di ogni attività.

Nel mio tentativo di essere un “bravo cronista” della giornata, mi sono permesso il lusso di guardare un po’ più a lungo l’Assemblea dei fedeli, di andare a salutare la corale ed i musicisti, di stare qualche istante in sacrestia. Di avere, cioè, un punto di vista “nascosto” ai più. E ciò che mi ha colpito in questo mio “pellegrinare” nei vari angoli del Duomo è stata l’estrema eterogeneità dei presenti. Non solo età diversissime (dai bambini del Catechismo, o anche più piccoli, ai nonni), non solo ruoli diversissimi, segnati dalle divise o dalle fasce, ma proprio modi diversissimi di partecipare alla festa. Penso ai due Carabinieri che sono stati immobili ai lati dell’Altare maggiore, ai coristi che non hanno potuto vedere nulla di ciò che accadeva nel Tempio; ai bambini che scalpitavano, alle tante persone che sono state in piedi nelle navate laterali; a chi ha trovato “un angolo di paradiso” e chi non smetteva di guardare l’orologio. Ecco: tutti, ma proprio tutti, erano lì, ciascuno per ciò che era, ciascuno per ciò che poteva, portando la propria storia, la propria fede, i propri pensieri e le proprie gioie, ma erano lì, eravamo tutti lì per inserirci in questa enorme “cosa” che è la Chiesa, senza badare ai propri limiti, ma accolti in un grande abbraccio liturgico.

Penso sia questo il modo, semplice e per qualcuno – me per primo – zoppicante, di camminare nella storia della Chiesa di Valenza: essendo ciò che si è fino in fondo, cioè riconoscendo da un lato i grandi talenti e le grandi responsabilità che ci sono affidate e dall’altro di essere sempre bisognosi di un Punto a cui guardare, un Luogo dove essere accolti e amati senza se e senza ma, Qualcuno a cui stare dietro in questa incredibile e stupenda avventura che è l’essere uomini in questa fetta di mondo. Possa questa celebrazione essere l’inizio di un nuovo ritmo nel cammino del popolo valenzano: abbiamo i prossimi quattro anni per percorrere un pezzo di strada più vicini.