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Chiese In Rete – Valenza

16 marzo: Cena “pro campeggio”

Il colpo d’occhio sui partecipanti alla cena è davvero eloquente…

Al fine di completare i lavori di ristrutturazione del Campeggio di Cervinia, iniziati l’anno scorso grazie ad una generosa sottoscrizione, sabato scorso è stata organizzata una cena nell’Oratorio del Duomo di Valenza. Veramente straordinaria la partecipazione: le 220 persone hanno affollato gli spazi del teatro, persino sul palcoscenico! ancora una volta Valenza ha dimostrato quanto significativa e preziosa sia l’esperienza educativa vissuta ai piedi del Cervino che continua a rinnovarsi nei volti gioiosi delle decine di ragazzi che il giorno dopo in quegli stessi spazi  hanno partecipato al corso per animatori guidato da don Santiago e promosso dalle parrocchie Duomo e S. Cuore. Una Tradizione che con l’aiuto intergenerazionale di tante famiglie si rinnova nella fedeltà evangelica dei sacerdoti che continueranno ad animarla nel ricordo di Don Pietro.

Don Massimo

Il saluto di Mons. Guido Marini

Mons. Guido Marini e Don Santiago Ortiz

Oggi, 3 marzo 2019, un gruppo di ragazzi e ragazze di Valenza ha iniziato il percorso di formazione per diventare animatori, partecipando al Corso per Animatori organizzato dalle Parrocchie del Duomo e del Sacro Cuore. Don Santiago, che di questo Corso è il responsabile, ha chiesto a Mons. Guido Marini, Cerimoniere del Papa, di inviare loro un saluto.

Sul nostro canale Youtube il video dell’intervista. Qui di seguito la trascrizione del saluto di Mons. Marini.

«Sono contento di questa occasione in cui mi incontro con Santiago per raggiungervi con un saluto. Mi è stato detto che il prossimo 3 marzo inizierete questa bella attività per animatori. E allora mi è caro non soltanto salutarvi ma anche incoraggiarvi in questo servizio certamente molto importante. Vi auguro soprattutto questo: di poter prendere sempre dalla preghiera la forza e l’ispirazione per il vostro servizio, perché attraverso la preghiera possa crescere il vostro amore per il Signore e per la Chiesa. E proprio a partire dalla preghiera possiate essere animatori nel senso di aiutare altri ragazzi ad incontrare Gesù, a sentire la bellezza di vivere nella chiesa e quindi a camminare nella logica del Vangelo sulla via della santità. Per questo vi assicuro un ricordo particolare e anche una benedizione speciale. Un abbraccio a tutti e buon inizio di questo bel cammino. Ciao!»

Sulla nostra Pagina FaceBook qualche foto dell’inizio del Corso

Duomo 400: i primi interventi di restauro

Lunedì è stato asportato il dipinto dall’altare di Santo Stefano del Duomo per entrare nel laboratorio di restauro Martella Pietroniro che ha già egregiamente restaurato i due altari del transetto. Diamo così inizio all’impresa del restauro degli interni del Duomo in questo unico e irripetibile quattrocentenario. Si ringrazia la famiglia ganora che ha voluto sostenere economicamente l’intervento.

(Mini) Corso di formazione per catechisti (e genitori…)

Don Giuseppe De Luca

«La famiglia va dunque amata, sostenuta e resa protagonista attiva dell’educazione non solo per i figli, ma per l’intera comunità. Deve crescere la consapevolezza di una ministerialità che scaturisce dal sacramento del matrimonio e chiama l’uomo e la donna a essere segno dell’amore di Dio che si prende cura di ogni suo figlio. Corroborate da specifici itinerari di spiritualità, le famiglie devono a loro volta aiutare la parrocchia a diventare “famiglia di famiglie”» (Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo)

Metti una sera, attorno ad un tavolo, una ventina di catechisti e genitori a chiedersi seriamente come annunciare e testimoniare Cristo oggi. E metti che non ci si trova a “piangersi addosso” su ciò che non funziona, ma si prova, guidati da don Giuseppe, a mettere a fuoco l’essenziale del ruolo del catechista e della catechesi nella comunità cristiana. Ciò che viene fuori è il tentativo, a parere di chi scrive, riuscito, di andare alla fonte della catechesi, cercando in primo luogo di vedere quali siano le attese e le aspettative dei genitori e dei bambini/ragazzi da una parte e quelle dei catechisti e della Comunità ecclesiale dall’altra. Sono stati fatti esempi concreti, discutendo e mettendo in comune l’esperienza pastorale di don Giuseppe e quella “sul campo” dei catechisti.

Questo, in estrema sintesi, ciò che è successo stasera, martedì 19 febbraio, durante il primo di tre incontri dedicati a chi, a diverso titolo, si trova a “fare il catechista”. Non solo, cioè, le persone espressamente individuate ed inviate, ma anche genitori ed educatori. Al prossimo appuntamento, dunque: martedì 19 marzo.

Parrocchia, casa comune

Su iniziale richiesta di alcune famiglie il venerdì sta diventando un momento di incontro veramente prezioso per la comunità Parrocchiale. dalle 21:00 a fine serata convergono Infatti diverse iniziative nell’oratorio del Sacro Cuore: il corso di cucito, la possibilità di giocare a carte o di sorseggiare un caffè insieme, le attività dei nostri giovani e l’incontro di riflessione sulla parola di Dio dalle 21:30 alle 22:15 al quale tutti possono liberamente partecipare. sono bastati due venerdì di prova per affollare gli spazi dell’oratorio e registrare la soddisfazione di tutti i presenti nel ritrovarsi insieme ed esprimere quello spirito comunitario che respira con quell’incontro domenicale con il Signore Gesù che ci costituisce suo popolo e che ci invita a condividere esperienze ecclesiali per fonderci in un cuor solo e un’anima sola.

Progetto restauro degli interni e delle opere d’arte del Duomo

1619-2019: quattrocento anni di fede e bellezza

Nella nostra bella Italia ogni chiesa è testimone della storia di una comunità locale che ha saputo lasciare segno di sé attraverso splendidi monumenti, spesso edificati col concorso di tutto il popolo.

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San Massimo 2019: Duomo 4.00

Ti rendiamo grazie, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. Tu, quattrocento anni orsono, hai dato la gioia di costruirti fra le nostre case  una dimora, che la Chiesa volle riconoscere come Duomo della città di Valenza, dove continui a colmare di favori  la tua famiglia pellegrina sulla terra e ci offri il segno e lo strumento  della nostra unione con te. Ancora oggi, in questo luogo santo, tu ci edifichi come tempio vivo,  ci raduni e ci fai crescere come corpo del Signore: concedici di raggiungere la pienezza nella visione di pace della città celeste, la santa Gerusalemme.

Orazione finale del Solenne Pontificale

Nell’apprestarmi a recitare la Compieta il mio cuore è pieno di gratitudine e ancora commosso. Grazie al Signore per avermi mandato in mezzo a voi attraverso la volontà del Vescovo. Grazie alle mie due comunità parrocchiali che danno senso al mio ministero e che mi aiutano a crescere anche confrontandosi con me e le mie spigolosità. Grazie per queste belle giornate trascorse della preghiera nella gioia di essere un unico popolo di Dio. Grazie allo sguardo pieno di vita e di voglia di vivere dei nostri giovani che attraverso Don Santiago stanno imparando a conoscere la bellezza dell’incontro con il Signore. Grazie alle parole di incoraggiamento delle persone più anziane che si commuovono nel Duomo quando rivivono momenti della loro giovinezza nella solennità e nella bellezza dei canti. Grazie alla presenza umile e operosa dei miei collaboratori che ogni giorno condividono con me progetti e speranze. Grazie ai genitori e ai catechisti, ai collaboratori della liturgia che cercano ogni domenica di crescere e di fondersi in un unico essere Chiesa. E grazie anche a chi non c’è o non c’è più perché mi ricordano ancora una volta che “San” Massimo non sono io: anche questa sera nella preghiera mi consegnerò alla misericordia e all’amore di Dio. Grazie, grazie, grazie.

Don Massimo sui gruppi parrocchiali di Whatsapp

Basterebbero, forse, queste due testimonianze, estremamente distanti per provenienza l’una dall’altra, per racchiudere e descrivere la mattinata di ieri, domenica 27 gennaio 2019.

La prima, nel linguaggio solenne e ponderato della Liturgia, mette ai piedi di Dio onnipotente la gratitudine di un intero popolo che, da quattro secoli a questa parte, ha una Casa in cui potersi incontrare ed essere unito al Padre. La seconda, nel linguaggio immediato ed emotivamente carico dei social media, mette nel cuore delle Comunità la gratitudine di un pastore che, da qualche anno, si è messo a servizio della Chiesa che è in Valenza. Due squarci di prospettiva, l’uno che abbraccia le decine di migliaia di valenzani che hanno pregato e celebrato momenti gioiosi e dolorosi nel corso di questi quattrocento anni, l’altro che consegna questa storia ai valenzani di oggi, richiamandoli alla loro responsabilità nell’essere fedeli testimoni e continuatori di una storia che non è loro.

E questa responsabilità, ci ha ricordato il Cardinal Versaldi nella sua Omelia, non è soltanto del “popolo cristiano”. Certo, noi siamo chiamati ad essere lievito e sale, ma se non vogliamo tradire la nostra natura, dobbiamo “correre il rischio” di mischiarci con la farina e lasciare a Dio il compito di portare a compimento le opere che, anche attraverso di noi, inizia. Mi pare sia questo il senso profondo dei ceri che, per antica tradizione (come ci ha ricordato Don Massimo nella sua breve monizione iniziale), vengono offerti al Santo Patrono: non soltanto il mondo ecclesiale (o ecclesiastico), giustamente rappresentato, ma anche il mondo laico, in tutte le sue componenti, è chiamato a costruire e proteggere il bene comune della nostra popolazione.

Certamente non ci può essere vero bene prescindendo da una dimensione trascendente, che richiami ogni consociato, ogni valenzano, ad un respiro più alto di ogni sua attività. Per questo la Città si raccoglie davanti al Signore e non soltanto nei luoghi deputati al governo politico ed economico della società, per riconoscere, ciascuno per il pezzo di responsabilità che gli è stata affidata, che c’è una dimensione ulteriore, un fine ed un Destino più grande di ogni attività.

Nel mio tentativo di essere un “bravo cronista” della giornata, mi sono permesso il lusso di guardare un po’ più a lungo l’Assemblea dei fedeli, di andare a salutare la corale ed i musicisti, di stare qualche istante in sacrestia. Di avere, cioè, un punto di vista “nascosto” ai più. E ciò che mi ha colpito in questo mio “pellegrinare” nei vari angoli del Duomo è stata l’estrema eterogeneità dei presenti. Non solo età diversissime (dai bambini del Catechismo, o anche più piccoli, ai nonni), non solo ruoli diversissimi, segnati dalle divise o dalle fasce, ma proprio modi diversissimi di partecipare alla festa. Penso ai due Carabinieri che sono stati immobili ai lati dell’Altare maggiore, ai coristi che non hanno potuto vedere nulla di ciò che accadeva nel Tempio; ai bambini che scalpitavano, alle tante persone che sono state in piedi nelle navate laterali; a chi ha trovato “un angolo di paradiso” e chi non smetteva di guardare l’orologio. Ecco: tutti, ma proprio tutti, erano lì, ciascuno per ciò che era, ciascuno per ciò che poteva, portando la propria storia, la propria fede, i propri pensieri e le proprie gioie, ma erano lì, eravamo tutti lì per inserirci in questa enorme “cosa” che è la Chiesa, senza badare ai propri limiti, ma accolti in un grande abbraccio liturgico.

Penso sia questo il modo, semplice e per qualcuno – me per primo – zoppicante, di camminare nella storia della Chiesa di Valenza: essendo ciò che si è fino in fondo, cioè riconoscendo da un lato i grandi talenti e le grandi responsabilità che ci sono affidate e dall’altro di essere sempre bisognosi di un Punto a cui guardare, un Luogo dove essere accolti e amati senza se e senza ma, Qualcuno a cui stare dietro in questa incredibile e stupenda avventura che è l’essere uomini in questa fetta di mondo. Possa questa celebrazione essere l’inizio di un nuovo ritmo nel cammino del popolo valenzano: abbiamo i prossimi quattro anni per percorrere un pezzo di strada più vicini.

San Massimo 2019: il saluto di Don Massimo all’inizio della Celebrazione

Saluto del Prevosto mons. Massimo Marasini

Eminenza Reverendissima, mi permetta di accoglierLa con gratitudine ed affetto nel Duomo di Valenza dove già da Pastore di questa Diocesi ha dispensato i doni del Santo Spirito e l’autorevolezza della predicazione. Grazie per rendere ancora più solenne questa importante ricorrenza!

Saluto con deferenza e rispetto le numerose Autorità civili e militari qui convenute: S.E. il Prefetto, i deputati e i senatori della Repubblica, i consiglieri regionali, il Presidente della Provincia, il sig. Sindaco e con lui l’amministrazione comunale, i confratelli Cavalieri del S. Sepolcro,  i graditi ospiti e voi tutti, cari fedeli.

Nella nostra bella Italia ogni chiesa è testimone della storia di una comunità locale che ha saputo lasciare segno di sé attraverso splendidi monumenti, spesso edificati col concorso di tutto il popolo.

Ogni cittadina comprende l’importanza della sua chiesa madre poiché rappresenta la lunga radice del suo percorso sociale, espressivo di quei grandi valori cristiani che hanno saputo animare una storia di civiltà e civica solidarietà, ancora adesso tipica della nostra realtà nazionale.

Valenza ha il suo Duomo: è perciò a tutti gli effetti una città, che giustamente deve essere fiera della sua lunga storia che nasce dalla cura pastorale del Vescovo S. Massimo agli albori dell’evo cristiano. La sua collocazione alle porte del Monferrato e sovrastante la pianura padana l’ha resa contesa dalle varie forze belliche che la storia delle nostre terre ha subìto di fatto sino alla travagliata epoca Napoleonica, quando è stata distrutta definitivamente la sua identità medioevale abbattendo le mura, i bastioni e diverse chiese e edifici, ma il Duomo è rimasto, testimone prezioso e insostituibile.

A maggior ragione la nostra “Insigne Collegiata di S. Maria Maggiore” costituisce il più significativo monumento della città e della sua storia. Valenza oggi è all’onore del mondo per l’arte della gioielleria nella quale la preziosità dei materiali si fonde con l’ingegno e la bellezza delle forme: bisogna dunque che il Duomo risplenda con altrettanta cura e integrità per rappresentare nella sua magnificenza ciò che in città si produce nei suoi laboratori con altrettanta sapienza e maestria. E quanto mai oggi è cresciuta la consapevolezza che arte e turismo sottendono sempre la qualità di un marchio che coincide con l’identità stessa della realtà locale. 

Il venti ottobre del 1619 il prevosto Bartolomeo Bocca poneva sul sedìme del precedente edificio medioevale la prima pietra dell’attuale chiesa, officiata dopo quattro anni nel 1622. Quattrocento anni dunque di storia e fede che chiede a tutti noi un impegno affinchè il maestoso edificio torni al suo originario splendore. Già qualche anima generosa ha permesso il restauro dei due altari  dei transetti e la loro bellezza ci permette di intuire quali altri tesori d’arte il nostro Duomo conservi, quale scrigno unico e prezioso. Sarebbe bello che coloro che hanno reso Valenza la patria dell’oreficeria ponessero in questo monumentale gioiello un segno imperituro della loro generosità. Così come mi appello a tutte le realtà istituzionali ed associative che comprendono l’importanza della valorizzazione dei beni culturali.

In tal senso la pubblicazione che trovate a disposizione in questa occasione vuole rappresentare un’ipotesi conservativa dell’intero edificio, uno strumento informativo per potersi sentire parte di questo grande  restauro, ipotizzando un personale contributo economico e magari potendo scegliere quale precisa opera voler sponsorizzare.

Sarebbe veramente bello che nei prossimi quattro anni (2019-2022), restaurando il Duomo,  si potesse rinnovare lo splendore di quattrocento anni di fede e bellezza.

Ora rinnoviamo l’antico rito dell’accensione dei ceri e testimoniamo così nel presente l’identità più autentica del popolo valenzano.

San Massimo 2019: Omelia del Card. Versaldi

Riportiamo qui di seguito il testo integrale delll’Omelia pronunciata da S.E.R. il Card. Versaldi in occasione della Festa di S. Massimo di oggi, 27 gennaio 2019.

Le letture che la Chiesa ci propone in questa domenica in cui la Città di Valenza celebra la festa del suo Patrono, San Massimo, ci ricordano una verità fondamentale per la nostra fede cristiana: se siamo cristiani lo dobbiamo al fatto che il dono della fede ci è stato trasmesso attraverso tutta la storia passata giunta a noi attraverso la Sacra Scrittura.

Nella prima lettura dal libro del profeta Neemia, ci è narrata la grande commozione del popolo che, dopo il lungo esilio, si raduna in Gerusalemme, dove viene letto il Libro Sacro ritrovato che contiene l’interpretazione della storia di Israele. Il popolo riconosce la voce di Dio e piange i propri peccati per ritornare alla antica alleanza con il suo Signore che lo guida sulla via della salvezza.

Luca, nel Vangelo, ci presenta l’inizio della predicazione di Gesù a Nazareth, nella cui Sinagoga viene letto il Libro sacro le cui profezie Gesù afferma che oggi sono compiute con la Sua venuta: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

In entrambi i testi il ruolo centrale è il Libro sacro che contiene la storia della nostra salvezza. Come Luca nell’introduzione ci avverte, è necessario che la nostra fede sia fondata sulla fedele trasmissione di tutto quello che Dio ha operato per la nostra salvezza. L’Evangelista Luca ha indagato circa la vita di Gesù e ha confrontato i testimoni oculari, così da poter scrivere un resoconto ordinato “in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”.

Dunque, se è vero che noi crediamo con un atto di fede in cose che non abbiamo veduto, è ancor più vero che ciò facciamo non perché andiamo dietro a favole o ad immaginazioni, ma perché la nostra fede è fondata nella storia che ci è stata tramandata da coloro che hanno visto e creduto prima di noi. In una cultura che ama affidarsi alle emozioni del momento presente e alle opinioni soggettive, è importante conservare questa radice storica della nostra fede cristiana.

Ed è per questo motivo che la Chiesa continuamente ci rimanda al nostro passato, perché possiamo vivere l’oggi in una continuità di significati che danno senso anche alle circostanze presenti. Una fede soggettiva e disincarnata dalla storia che dimentica il fondamento del suo stesso esistere può apparire più affascinante, ma porta ad allontanarci dalla fonte della nostra salvezza, che è il Cristo incarnato nella storia umana.

D’altra parte, la nostra fede non vive solo del passato, ma va continuamente attualizzata nella storia: come ha detto Gesù nella Sinagoga di Nazareth, la Parola di Dio si attua sempre nell’oggi. Siamo, cioè, chiamati a raccogliere l’eredità passata come germe che dà frutti nella storia attuale del mondo, senza rimpiangere le circostanze passate, ma raccogliendo le sfide di oggi come una grazia per proclamare la verità del Vangelo,

Per tutte queste ragioni si capisce la saggezza della Chiesa nel fare memoria del passato, a partire dall’evento fondante della redenzione, ma anche nel ricordare coloro che l’accolsero e lo tramandarono con una testimonianza di vita esemplare. I Santi che la Chiesa ha innalzato come modelli della sequela di Cristo sono questi riflessi di luce che viene da Cristo e che rendono più vicino a noi il messaggio evangelico.

San Massimo, figlio nativo di questa terra, è tra questi testimoni che, nel proprio tempo, brillarono come esempi di una fede incarnata nel mondo in cui vivevano sapendo rendere credibile la fede mediante la testimonianza della carità. Pur non avendo molte notizie dettagliate della vita di questo Vescovo, è più che sufficiente per ammirarlo e venerarlo la tradizione che gli avi di questa terra valenza hanno riservato al suo culto e che lodevolmente ancor oggi si conserva con particolare solennità.

Erano certamente tempi difficili quelli in cui il Santo è vissuto, tempi, per usare le parole che Papa Francesco usa per i nostri giorni, di cambiamento d’epoca e non solo di epoca di cambiamento: il declinare dell’Impero Romano in Occidente e l’inizio dell’arrivo di nuovi popoli con la loro carica rivoluzionaria, ma anche la sfida per la Chiesa ad una nuova evangelizzazione. Sappiamo come, nonostante i travagli e i pericoli, la Chiesa seppe farsi interprete di una mediazione tra il mondo che finiva ed il novo che arrivava ben consapevole che la fede cristiana non appartiene a nessun popolo o cultura, mai donata a tutti come strumento di conversione e di salvezza.

Dovette ben adoperarsi in quest’opera di mediazione tra il popolo il Vescovo Massimo se la città di Valenza, una volta consolidata, lo elesse come Patrono e dedicò al Santo un culto publico che andò sempre più arricchendosi, coinvolgendo non solo le Autorità civili, ma anche le diverse categorie sociali che gareggiarono nel tributargli gli onori, come rimane evidente nella suggestiva cerimonia dei ceri che ancora è ben viva.

La lodevole continuità di questo culto ci richiama al compito che i cristiani sono chiamati a svolgere anche oggi, nelle mutate circostanze storiche in cui viviamo. Non è sufficiente infatti, come si è detto, ricordare e dare continuità al passato, ma è necessario rendere credibile nell’oggi la fede che professiamo. Per questo, come ci ricorda Papa Francesco, ogni comunità cristiana è chiamata oggi ad una conversione missionaria della propria fede. Questi ceri adornati che diffondono la luce che è Cristo oggi, potrebbero perdere il loro significato se la vita di questa Comunità cristiana non dovesse risplendere della stessa luce.

È il richiamo forte che Papa Francesco ha rivolto a tutta la Chiesa, perché sappia rispondere alle sfide del nostro tempo superando la paura e la chiusura in se stessa. L’indicazione del Papa è precisa: conviene essere realisti e non dare per scontato che i nostri interlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che diciamo o che possano collegare il nostro discorso con il nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva. Secondo Papa Francesco, nel mondo di oggi, con la felicità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari. Da qui la necessità per le Comunità cristiana di andare al cuore del Vangelo, che è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto.

Questa è l’elemento essenziale e fondante di tutte le verità della nostra religione: di fronte all’umanità che si è allontanata da Dio, Gesù è venuto ad annunciare ed a realizzare la misericordia del Padre che ci dona gratuitamente il perdono dei nostri peccati perché ci vuole bene e non vuole la morte, ma la vita del peccatore. Solo se gli uomini del nostro tempo sono raggiunti da questa buona notizia, che dio li ama indipendentemente dalla loro condizione di peccatori, allora il Vangelo potrà ancora risuonare come la Parola di Speranza in un mondo che la va perdendo, essendosi allontanato da Dio.

Ciò non significa, ovviamente, che si voglia dimenticare la gravità del peccato come rifiuto della volontà di Dio. Ma, al contrario, proprio perché l’uomo è schiavo del peccato, Dio vuole liberarlo offrendogli il perdono conquistato da Cristo con la Sua Passione, Morte e Resurrezione. Proprio come faceva Gesù nei Vangeli, il quale condannava severamente il peccato, ma quando incontrava i peccatori si dimostrava misericordioso perché, come diceva ai Dottori della Legge scandalizzati della sua bontà, non era venuto per curare i sani, ma gli ammalati.

Per questo la conversione missionaria significa che la Chiesa, ed ogni comunità cristiana, deve essere una Chiesa in uscita, cioè una Chiesa che non aspetta che la gente risponda ai suoi appelli, ma vada incontro agli uomini del nostro tempo con il cuore di una madre attenta soprattutto ai figli più deboli. ed il Papa suggerisce alcuni atteggiamenti che caratterizzano questa Chiesa in uscita.

Innanzitutto, invita i Cristiani a non lasciarsi rubare la gioia dell’evangelizzazione, quasi che la Parola di Salvezza abbia oggi perso la sua potenza di attrazione. Se torniamo all’essenziale del Vangeli, anche gli uomini del nostro tempo non potranno resistere all’amore misericordioso di Dio. Il Papa invita ad abbandonare il pessimismo sterile derivante dalla constatazione del tanto male che c’è nel mondo, quasi che il destino dell’umanità sia la sua perdizione. I mali del nostro mondo sono come sfide per crescere nel nostro impegno fondato sulla convinzione che non siamo noi i protagonisti del Regno, ma lo Spirito Santo che agisce con la potenza dell’amore divino.

Una seconda caratteristica di una comunità missionaria, oltre alla gioia, deve essere quella dell’amore fraterno che spinge a creare relazioni e dialogo con tutti, superando le divisioni che esistono nel mondo così da costruire comunità di fratelli che si vogliono bene, dando una testimonianza che rende credibile il Vangelo. Proprio come facevano i primi Cristiani che hanno conquistato il mondo pagano proprio perché davano questa testimonianza di carità fraterna, anche in mezzo alle persecuzioni. Nel mondo di oggi, lacerato da divisioni ed esclusioni, la Chiesa sarà tanto più credibile se saprà manifestare la sua fede nelle opere di Carità.

Ma per essere Chiesa in uscita necessaria una crescita della nostra fede nutrita dalla partecipazione fedele e costante alla vita sacramentale. Il Papa mette in guardia contro il pericolo di una Chiesa che fa affidamento sulle proprie forze e sulla propria organizzazione. La buona volontà è necessaria, ma non sufficiente perché senza la Grazia di Dio l’uomo lavora invano. ecco, allora, la necessità che i credenti non si accontentino della iniziazione cristiana vivendo di rendita del Catechismo imparato da ragazzi. Bisogna attingere continuamente alla fonte della nostra fede che è la Parola di Dio e ai sacramenti che sono i canali attraverso cui passa la potenza di Dio che a noi si comunica. Fonte e culmine di tutta questa vita di fede è l’Eucaristia, che costruisce la Comunità cristiana e da cui parte la sua spinta missionaria.

Come è evidente, sono riflessioni che nello stesso tempo ci collegano in continuità con il nostro glorioso passato, ma che ci devono incarnare nel diverso contesto dei nostri giorni. Celebrando la festa di San Massimo, Patrono della Città, sentiamo forte il richiamo a tornare alle sorgenti della nostra Fede, ma anche il dovere di tradurla in modi comprensibili ai nostri contemporanei. In questo senso, anche la tradizione dei ceri, in cui la Comunità religiosa e civile si trovano comprotagoniste di una comune devozione al Santo, già essere reinterpretata non come residuo di un passato superato dai tempi presenti, ma come un invito a ritrovare, pur nella diversità ed autonomia delle istruzioni, un comune fine che non può essere che il bene integrale di tutte le persone.

Affidiamo, dunque, le nostre intenzioni alla intercessione di San Massimo, perché come ai suoi tempi fu capace di mediare i cambiamenti e le reazioni tra i popoli, così ispiri la Chiesa ed anche gli uomini che governano la Società civile a trovare lo spirito di solidarietà necessario per eliminare le ingiustizie che provocano i conflitti e le violenze nel nostro mondo.

Amen!

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